La moda costume – finalmente – va incontro a chi indossa un microP. E ama fare snorkeling.
Per anni ho litigato con cerotti, taping, fasce elastiche, accessori per persone con il diabete cómodamente acquistabili sul web o sulle app della ditta produttrice del dispositivo médico. Il prezzo da pagare per qualche momento di immersione.
Una parte di me ha sempre fatto fatica ad accettare di dover comprare, per vivere il relax del nuotare immersa nella bellezza del blu marino, altri accessori. Per come funziono, i motivi principali sono tre:
1) relax per me è togliere tutto il superfluo, che dal punto di vista della terapia si traduce ad avere lo stretto necessario:
– sensore, preferibilmente nel braccio perché d’estate per la mia pelle è l’unico punto in cui il segnale trasmesso al microP è garantito almeno 5 dei 7 giorni di funzionamento previsto ed il cerotto non si stacca a causa del sudore
– set di infusione, ossia cerotto con cannula (sottile tubicino flessibile montato su un ago metallico connessi con un raccordo in materiale plastico) nell’addome
– microP (molto simile a un mp3 dei primi anni 2000, grande come un pacchetto di fazzoletti (più un ulteriore cm di spessore della cosiddetta “pinza” per “agganciarlo” ad es. allo slip del costume sul fianco o al reggiseno, oppure no, se hai da qualche parte una tasca)
– il catetere, di collegamento tra microP e cannula, lungo 60 cm
2) fare senza lo stretto necessario non semplifica le cose, anzi. Se decidí che per praticità fai senza per il tempo di una nuotata, il più delle volte poi occorre “aggiustare il tiro”, dando input per ri-settare i parametri glicemici necessari all’erogazione dell’insulina (controllare la glicemia capillare (=test da goccina di sangue dal dito, con il glucometro, che comprende un dispositivo elettronico per test rápido grande più o meno come microP, il pingidito e una scatolina di “strisce” usaegetta per ogni singola prova)). Inoltre, quando il sensore, che hai nel braccio, si allontana da microP abbastanza da perdere il segnale, circa 1 m, il sistema va in allarme e occorre inserire un valore di glicemia per il ripristino del funzionamento normale. Infine, più le glicemie sono stabili più l’effetto della microinfusione di insulina è efficace (il sistema “imita” bene il normale funzionamento pancreatico), cosí anche… più le glicemie sono “discontinue” (nei valori a causa di qualche variazione anomala di concentrazione di glucosio nel sangue oppure nella mancanza di tali valori per problematiche di transmissione/ricezione del segnale) più il sistema di microinfusione “si allontana” da un funzionamento dinamico intelligente, provocando a sua volta un peggiormebto dei valori glicemici. E dopo qualche ora di anomalie, microP va in allrme e richiede il cambio del sensore (uscita dalla modalità smartguard, un’oretta di ricarica elettrica del trasmettitore, inserimento di un nuovo sensore (che occorre avere a disposizione insieme al dispositivo per inserire il piccolo ago del sensore sottocute))
2) personalmente ogni accesorio in più allo stretto necesario crea in me, sulla pelle, nei movimenti e nel mio senso di libertà (che riguarda perciò il sottile confine tra accettazione della malattia e senso di limitazione ed invadenza nella mia vita) un fastidio piuttosto grande.
Oggi provo così: costume intero con un modello non sportivo con scollo all’americana (allaccio dietro il collo) e corpetto con fascia intrecciata che avvolge microP, catetere e cannula senza fastidio. Controllo glicemia ed imposto target tenporaneo (modalità prevista per alzare il valore target di glicemie da 100 a 150 mg/dL ed evitare di andare in ipoglicemia durante attività sportiva). Maschera, pinne e mi immergo.
Dopo anni – finalmente – scivolo nell’acqua come quando avevo il pancreas funzionante. Meraviglia!
Questo blog c’è dal 2018 e una costante negli anni ha a che fare con lo sport… e le mura della mia città. Pochi posti al mondo hanno tanto magnetismo per me, una questione di pelle, di feeling speciale, di sentimento.
(emmepi, 2021)
Una delle cose invece che mi ha fatto più soffrire con l’esordio del DT1 a 21 anni, è stato salutare il mondo del volley per via di un’operazione agli occhi a causa di una cataratta metabolica con la quale è stato diagnosticato il diabete. Poi smettere con il nuoto a causa di un’ipersenslbilità della pelle e degli occhi al cloro. Infine uno stop della corsa amatoriale a causa di problematiche posturali congenite che stanno lì e richiedono uno sguardo di delicatezza in più.
Molti tentativi, molta tenacia nel provare ancora un’altra opzione, dare fiducia a qualcosa di nuovo, ascoltare il proprio corpo, fidarsi della fatica che allena, saper lasciare andare ciò che non fa per te.
202320242025
Ritrovare il proprio punto zero e ripartire. Ritrovare la propria armonia e darsi una mossa. Ritrovare il gusto dello sport e far sorridere il proprio metabolismo difettoso.
Una costante, le mura. Da sola, in compagnia, in silenzio, con la musica, con tabelle di allenamento, con il solo obiettivo di far girare le gambe e lasciar andare tensioni e pensieri.
(emmepi, 2020)
I suggerimenti all’orecchio di qualche buon amico e amica, una frase sentita per caso un pomeriggio sulle mura, un messaggio wa inviato, il giorno giusto, nel posto giusto, all’orario giusto.
E cosí, secondo allenamento, nel pezzo di mura che da sempre per me è progressione finale in allungo (anche quando le cose non vanno), quella sensazione unica delle gambe che vanno.
Il movimento complessivo che si incastra ogni tanto e la leggerezza di darsi tempo, le spalle e la mndibola rilassate, le glicemie in target 130 per tutto l’allenamento, le bustine di zucchero necessarie e sufficienti prese al momento giusto, gli istruttori che lasciano gestire a modo tuo, osservano tutto, intervengono quando serve, lanciano input quando osare qualcosina in più, in modo più accurato, la presenza degli altri allievi che aiutano a mantenere la concentrazione e accompagnano.
La strada ed io, di nuovo e finalmente, la sensazione che esattamente ciò che andavo cercando e solo ancora non conoscevo. Tutto quello di prima trova nuovo modo di esprimersi.
È tutto il giorno che mi sento un po’ sottosopra, frastornata… posso affermare che non sto male, anzi sto bene! Eppure non capisco bene, c’è qualcosa che però non so…
D’improvviso un’intuizione. Proprio mentre ripongo in frigo le scatole di insulina appena ritirate in farmacia. Oggi è il 26 maggio.
21 anni fa, a 21 anni, oggi, la diagnosi Diabete di tipo 1.
Il cuore batte per qualche secondo un po’ più rapido. Un sorriso, sottile e amaro sento comparire sulla mia bocca. Poi gli occhi si bagnano. Non piango, non mi capita più di piangere per il (mio) DT1, per quella specie di lutto vissuto quell’anno in cui avevo altri pensieri, altri progetti, altre cose nella mia vita.
Oggi – adesso – posso dire che ho passato metà della mia vita come si dice “in salute” e metà come ho imparato di nuovo a vivere, con “un’altra salute”: una malattia cronica per pancreas non funzionante. Non è che non ce l’ho eh?! È sempre lì al suo posto… e non funziona come era progettato per fare, però.
Con-vivi, vivi con il tuo pancreas rotto e impari anche a farne senza, mentre ce l’hai sempre lì con te. Forse vivere con una malattia cronica è proprio questo: imparare ad accettare la presenza di una cosa che rimane con te, di cui devi fare senza. Il gioco è lasciare andare il “prima” senza rinunciare a te stessa, lasciare spazio al “nuovo” senza che la cura delle tue nuove necessità condizionino la tua vita soffocando la tua serenità.
Raramente si parla di lutto con l’esordio di una malattia cronica, di fatto penso sia così: la te stessa che conoscevi, d’improvviso o lentamente, non c’è più. Il giorno o il momento preciso in cui dai il nome a quel evento traumatico, questo si fissa nella tua storia, c’è un prima e un dopo.
Come altre esperienze così nella vita, di quei dolori grandi che non sarà più come prima, allo stesso modo anche l’esordio di una malattia cronica ha bisogno di una sua elaborazione emotiva e psicologica.
La tua vita va aventi, certo, tuttavia forse è più adatto pensare che inizia una nuova vita, perché – di fatto – sei diversa. “senza” qualcosa di tuo, qualcosa che si è rotto, qualcosa che è difettoso, qualcosa che può farti sentire in difetto nella tua interezza. Che pure rimane lì con te, che ti porti dentro. Un lutto, appunto. Un’esperienza soggettiva che include tristezza, rabbia, confusione e smarrimento. Non si tratta di “dimenticare”, ma di imparare a integrare quella perdita (la tua versione “in salute”) nella propria vita.
E quando si inizia a lavorare su un aspetto di se stessi, poi ce ne è un altro, poi un altro, ancora uno e così via, fino anche a quegli aspetti che facevano parte del “sono fatta così” ed in realtà non eri in grado di chiamare con il loro vero nome, prima.
E allora poi, ogni storia a modo suo, arriva anche il momento in cui quella data sul calendario si porta dentro significati altri. Ti commuovi, ma con tenerezza, fai memoria, riconosci la tua storia. 21 anni di crescita, di cambiamento continuo, tentativi e sfide affrontate per trovare un tuo equilibrio metabolico in cui farmaci, strategia mentale e tecnologia sopperiscono a quello che il nostro organismo svolge in modo efficace senza che neppure ce ne accorgiamo.
Penso alle persone che ho incontrato, ci sono e avrò accanto.
Il personale medico e sanitario che ti aiuta a gestire gli aspetti “tecnici” della malattia, ad avere uno sguardo di prevenzione, una cura costante nella terapia. Gli psicologi che con pazienza ti aiutano a guardare in faccia, accettare ed integrare nella tua vita anche le cose più dolorose, nei momenti di difficoltà grande oppure quando decidi di crescere tu. I professori (nel mio caso dell’università), i colleghi dei più svariati lavori, i compagni di viaggio, di teatro, di associazioni varie, che dimostrano rispetto e sostegno anche quando non capiscono fino in fondo le lotte quotidiane… quelle che sono sciocchezze e diventano routine, e quelle più complesse e faticose trasformandosi spesso in situazioni di “sopravvivenza”.
La mia famiglia, che c’era “prima” e continua ad esserci “dopo”, la famiglia senza cellule beta che non nessuno sceglie di farne parte ma tant’è, le amicizie e gli amori della mia vita, che la rendono meravigliosa così come è.
Strana questa giornata, una di quelle che “me la sentivo” e non la riconoscevo finché non ho provato a “dirla”. Un’occasione per fermarmi un paio d’ore, che regala uno sguardo di consapevolezza carico di affetto ed un respiro ampio per quello che verrà.
Il desiderio grande che ci sia presto una cura disponibile e allora di DT1 si potrà guarire.
Mi piace camminare all’aria aperta, andare in bici, correre anche. E sono pigra.
Sudare mi dà fastidio, fare fatica quando mi accorgo della fatica è insopportabile. Sudare e fare fatica per me sono accettabili solo se c’è un obiettivo o un beneficio immediato maggiore. Altrimenti sono pigra.
Oggi dopo giorni infiniti di pioggia, tosse e malessere articolare, c’è il sole e non ho scuse. E tuttavia mi sento molto pigra.
Decido, mi alzo dal divano.
🎶 Right here, right now 🎶
189 mg/dL basale temp 150 mg/dL durata 2:00 ore 5 amaretti podcast e playlist del mio 💙 borraccia motivazionale 6 km 60 min 84 mg/dL
Strategia gestione glicemie/cibo/microP efficace. Sole e temperatura piacevole, benessere psicofisico e relax mentale.
Buon compenso glicemico, stazionario, si conferma la terapia in atto.
È un impegno.
Non sempre, ci sono dei momenti in cui sei quasi in modalità automatica. O di negazione. Poi ci pensa microP a vibrare, e suonare, e riportarti nella realtà del controllo della tua malattia.
È uno stigma.
Ti preoccupi troppo, devi rilassarti di più, devi fare più sport, devi vivertela con più leggerezza, devi berci su, devi prenderti cura di te, meno gin tonic e più tisane, sei troppo seria, devi fare solo un po’ di detox, dovremmo fare tutti un po’ di detox, sei troppo brava, sei troppo precisa, devi iscriverti in palestra, devi fare nuoto, devi fare più sesso, devi lavorare meno, devi seguire queste ricette, devi bere ogni mattina un bicchiere di acqua tiepida con questo e quello, devi fare 30 minuti di camminata al giorno, devi volerti bene così come sei, devi esprimere le tue necessità e le tue emozioni, devi parlare meno e ascoltare di più, sei troppo legata al passato, non devi aver paura di cambiare, sii più gentile con te stessa, vuoi essere troppo sotto i riflettori, devi essere protagonista della tua vita, non lamentarti c’è anche chi sta peggio, sei in formissima, non devi sentirti responsabile di tutto, sei una grande, non devi pensarci, ti preoccupi troppo, devi rilassarti di più, devi fare più sport, devi vivertela con più leggerezza,…
“Puoi passare a ritirare il materiale del micro, previo accordo con me” “Ok grazie. Anche oggi?” “No, oggi non riesco” “Ok, lunedì prossimo?” “No, dovresti essere in carico all’ufficio protesica”
Un mese e mezzo dopo. Tre telefonate, sei tentativi precedenti senza risposta, tre mail scritte, tre mail ricevute, qualche decina di whatsapp con tre persone diverse, tre ordini di sensori sostitutivi, tre pacchi consegnati con corriere, dodici mail automatiche, un giorno di ferie, due scatoloni.
È la quotidianità.
Ci sono le emozioni che sballano le glicemie, le scelte consapevoli di rischiarsela un po’, dimenticarti per qualche momento della malattia, sentirti fragile ed impotente, rinascere ogni giorno, non dare nulla per scontato, essere grata e non voler fare a cambio.
Quando una mattina di fine giugno (30*C già prima delle 9) i colleghi ti vedono arrivare con una shopper 50x40x20cm piena compatta e fino all’orlo:
“Cosa hai P. in quel borsone?!”
La prima cosa che ti viene in mente è probabilmente la più corretta:
“Pezzi di ricambio per il mio pancreas, per i prossimi 4 mesi. Oggi ho fatto spesa”
✅ 4 conf. x 10 pezzi di “Reservoir” (serbatoio per l’insulina del microP) – da cambiare e riempire con insulina fresca da frigo ogni 3-4 giorni, salvo imprevisti
✅ 4 conf. x 10 pezzi di “Set di infusione” (catetere da 60 cm + canula da 6 mm da applicare sottocute) – da cambiare con il serbatoio, salvo imprevisti
✅ 5 conf. x 5 pezzi di “Sensore” (parte del sistema di monitoraggio in continuo della glicemia che dialoga con il microP) – da cambiare ogni 7 giorni, salvo imprevisti… nel mio caso purtroppo al massimo 4 giorni!
Mentre rispondo ometto quello che il mio cervello sta già elaborando: 5×5=25
25 settimane intere si arriva al 14 dicembre
Il prossimo appuntamento per ritirare il materiale mi è stato dato tra 6 mesi, il 24 dicembre.
Realmente, salvo imprevisti, questi sensori mi coprono fino al 14 settembre.
È quasi un paio d’anni che contatto tutti i mesi l’assistenza tecnica della ditta per la sostituzione e/o l’invio di sensori aggiuntivi, per effettuare prove tecniche in remoto per individuare eventuali malfunzionamenti (a quanto pare non riscontrati!). Ho anche contattato la mia diabetologia AUSL di riferimento per adeguare la fornitura, poiché la ditta mi ha precisato che l’invio dei sensori è incluso entro un massimale, previsto dal mio piano terapeutico, e pertanto competenza del diabetologo. La diabetologia, pur sempre venendo incontro a situazioni di emergenza, rimanda la competenza alla ditta, che ha l’obbligo di fornirmi la copertura di sensori che non rispettano le specifiche techiche di funzionamento (7 giorni senza interruzioni)…
Il risultato è che, ogni mese, un sensore alla volta, richiedo alla ditta la sostituzione e l’invio del sensore, specificando motivo, giorno e orario di “inizio e fine del sensore” (in slang diabetico si dice cosí). Dovrei, secondo i consigli che ho ricevuto, per stare più tranquilla, procedere ogni volta (4 giorni, e comunque fino a massimale, che non copre la carenza rispetto al conteggio “ideale” previsto dal piano terapeutico)… ma già cosí mi sento come una pallina di un flipper, rimpallata tra ditta e diabetologia, senza via di uscita. Per l’acquisto del sensore, occorre la prescrizione del diabetologo.
Per stare tranquilla davvero, io proporrei a tutti gli addetti ai lavori (personale sanitario, tecnico e amministrativo ) di tutta la filiera dei miei sensori, un periodo di tre mesi con il sensore “indossato” e, forse, il sistema di accesso ai sensori sarebbe diverso. Se non altro, non dovrei ripetere ad ogni conversazione o telefonata che non si tratta di un reso di scarpe di cui ho sbagliato per distrazione ad ordinare il numero, e forse nessuno metterebbe in discussione la mia scrupolosa attenzione e cura a non “sprecare” neppure un’ora dei preziosissimi sensori.
Il tema può sembrare un ossimoro, può essere scomodo. Non è detto che si abbia voglia e capacità di affrontarlo, questo tema. Se non è scomodo in un qualche modo, probabilmente occorre centrare meglio il tema. Per me è stato così.
Il diabete è una malattia cronica, cioè una condizione anormale dell’organismo causata da alterazioni organiche o funzionali, che persiste nel tempo. In realtà, in medicina cronicità indica qualcosa di più complesso: permanente, inguaribile, incurabile, irreversibile.
Il 26 maggio 2005 è un punto netto, di non ritorno, nella mia storia personale. Da quel giorno io ho il diabete DT1. Glicemia a digiuno 750 mg/dL (valori target 70-180 mg/dL) ed emoglobina glicata HbA1c 15,5% (no, non è un errore di battitura… il diabete è diagnosticato con una glicata di 6,5% (48 mmol/mol) e con 11% c’è il rischio di coma diabetico). Nei successivi 6 mesi, due operazioni di cataratta in anestesia totale a causa della situazione clinica ed emotiva che portavo con me, un periodo di vita sul divano e in bicicletta (dopo 10 minuti che camminavo andavo in ipoglicemia). Che poi, ce l’avevo già il diabete, ma sentire che qualcosa non va, e sapere, dare un nome alla causa di quel malessere e quella sofferenza, cambia la vita. Obbliga ad una trasformazione, che coinvolge tutto. NB per i diabetologi, far sentire colpevole il paziente per non essersene accorto, anche solo per curiosità scientifica, non aiuta.
D’improvviso malattia, salute e benessere cambiano significato… una trasformazione grande. Per me è stato così. Allora non ne avevo piena consapevolezza, era poco più di un’intuizione, a cui non sapevo dare forma e percorso da farsi precisi. Che poi a vent’anni è abbastanza normale come fase della vita, l’incertezza per il futuro. Ma è tutto un po’ più complicato con una malattia cronica che salta fuori in un momento atipico (troppo vecchia per il classico esordio DT1 giovanile, troppo giovane per la diagnosi facile quando ancora della forma adulta LADA si sapeva pochissimo anche tra i diabetogi). E così ci si arrangia come meglio si può… si va per tentativi, ci si prova a fidare del proprio istinto, si cerca di imparare la gestione tecnica della malattia (combinazione di terapia farmacologica, alimentazione e sport), si provano a personalizzare le buone pratiche terapeutiche, si cerca di aggiornarsi sulle nuove possibilità tecnologiche (che rendono un po’ meno invasiva la terapia nella propria vita quotidiana), si impara a sostituire il funzionamento del pancreas con il proprio cervello e apparecchiature esterne inanimate, collegate con aghetti, tubicini e cerotti adesivi al proprio corpo, organismo vivente e difettoso.
A me ci sono voluti circa vent’anni per chiamare le cose con il loro nome, arrivando ad affrontare la questione vitale diabete per me, nel cuore della sua essenza. Un percorso di lotta quotidiana, negazione, dedizione, piccoli traguardi personali, fallimenti, conflitti, studio, allenamento, ansia, impegno emotivo, supporto psicologico, pazienza, tenacia, fiducia, desiderio di qualcosa di meglio, e la vita nella sua completezza.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito nella sua Costituzione, nel 1948, il concetto di salute come “una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale e non esclusivamente l’assenza di malattia o infermità”. Nel 2011, la definizione è stata aggiornata, intendendo la salute come “la capacità di adattamento e di autogestirsi di fronte alle sfide sociali, fisiche ed emotive”.
Una cosa è leggere una definizione di un’agenzia intergovernativa mondiale, altra cosa è capire che ha a che fare anche con te, alla tua esperienza di malattia… la salute intesa come convivenza con la patologia e accettazione dello stato di salute di quel momento che comunque consente la capacità di autogestirsi, quindi di vivere, anche in condizioni di irreversibile perdita di salute.
Dicono gli psicoterapeuti che “il sopraggiungere di una malattia cronica rappresenta un evento né scelto né desiderato, che costituisce un disequilibrio esistenziale, una rottura che introduce l’incertezza. In questo senso il cambiamento è una specie di lutto, ossia la perdita di ciò che è consueto” (Lacroix – Assal, 2005) e che “la malattia cronica mette di fronte alla limitatezza dell’essere umano, il senso che si attribuisce alla vita è messo in discussione. Per accettare la malattia cronica occorre accogliere i propri limiti e andare oltre la domanda perché proprio a me?”
Nel 2009 questa domanda mi accompagnava in un viaggio meraviglioso in Medio Oriente, passando anche nel deserto roccioso della Giudea. Allora non sapevo rispondermi, sapevo che avrei dovuto camminare… e così ho fatto! Quel giorno nel deserto, e negli anni successivi.
Durante questi anni poi ci sono stati altri punti netti, di non ritorno… però salti di qualità!
Nel 2018, inizio ad usare il sensore per monitoraggio continuo della glicemia. Cambio radicale dell’approccio alla gestione metabolica: non più un inseguire valori spot ma seguire andamenti, con aumenti e discese, che sono utili a prevedere necessità di insulina nel breve tempo, e dispersioni, che invece aiutano ad aggiustare eventuali sbalzi dannosi nel lungo termine per i tessuti e gli organi, oltre che per l’umore ed il benessere psicologico.
Nel 2020, di nuovo valori metabolici non buoni, lockdown in casa per tre mesi, da sola con lo spettro dell’esordio del mio diabete, della paura di un ricovero durante la pandemia covid-19, il ricordo di quella brutta sensazione di soffocamento e nausea per mancanza di ossigeno già provata qualche anno prima, alla quinta volta che tornavo sulle Ande a quasi 3000 m, quella volta che ho dovuto respirare con una bombola di ossigeno. In quel momento buio, buissimo della mia storia personale, una scelta importante: ho scelto la mia salute. E qui, con salute intendo il mio benessere, la mia persona nella sua completezza (corpo, mente, anima e relazioni). Allora non capivo la portata di questa scelta, in uno dei momenti peggiori della mia vita, forse appena dopo quel già detto 2005. Forse ci sarebbero state altre possibilità che la vita mi avrebbe offerto, chissà. Quello che so, oggi, è che sono grata alla Mery di quei giorni là… mentre scrivo quasi mi commuovo un po’ anche.
Il 27 maggio 2020, 15 anni e 1 giorno dopo la diagnosi, cambio terapia: dalla multiiniettiva (le penne) al microinfusore. La novità più grande: riuscire a dormire di nuovo 6-7 ore di fila per notte, senza disturbi del sonno per sbalzi glicemici e svegliarsi al mattino riposata. Un supporto enorme per il mio metabolismo, e per valorizzare quel cambio di mentalità che già si era innescato in me. Una possibilità grande per iniziare a imparare a convivere in modo nuovo, integrato, con il diabete. Non subire una condizione di malattia, non eccedere neanche nel bisogno di avere tutto sotto controllo (cosa impraticabile), adattare il mio stile di vita ed essere sempre più me stessa, nella sua versione migliore possibile, imperfetta ed unica.
Qualche giorno fa, un altro viaggio meraviglioso in Nord Africa mi ha portata nel deserto di sabbia di Merzouga. Sembra una montagna, sempre uguale nello spazio che occupa, eppure le dune si trasformano con il vento in continuazione. È una trasformazione lenta, impercettibile e incessante. Perdo la percezione di quello che accade intorno, si attutiscono tutti i suoni. Di nuovo, dopo 15 anni, deserto e silenzio. Risuonano in me momenti della mia storia, significativi per il vissuto che rappresentano, quei salti di qualità che ogni tanto ci sono, si impara poi a riconoscerli con consapevolezza, e che si portano dietro periodi in cui apparentemente non cambia nulla ma c’è in realtà un continuo ed incessante lavorio di miglioramento di… qualità della vita, salute e benessere.
Oggi non è la giornata per festeggiare il diabete. Si potrà festeggiare la sua cura definitiva, quando ci sarà. Oggi è una occasione per fermarsi, informarsi, imparare qualcosa di nuovo,
Per me, per chi vive ogni giorno con il diabete, oggi è anche opportunità per essere ascoltati, non sentirsi soli, guardare alla propria storia e sorridere per i miglioramenti conquistati, la crescita personale nel percorso fatto, continuare a camminare con nuovo coraggio.
Allora sì il 14 novembre ha significato. È come un abbraccio benessere.
Ogni anno il 14 novembre è la Giornata Mondiale del Diabete (World Diabetes Day), giornata di sensibilizzazione sul diabete. La data è significativa perché ricorda la nascita di Frederick Grant Banting, fisiologo canadese che nel 1921 insieme a Charles Herbert Best scoprì l’insulina. E così il diabete, finora malattia mortale divenne una malattia controllabile. Ad oggi non esiste ancora una cura definitiva.
Il cerchio blu è il simbolo mondiale del diabete. In tutte le culture il cerchio evoca la vita e la salute, il colore blu ricorda il cielo che unisce tutte le nazioni ed è il colore della bandiera delle Nazioni Unite. Questo cerchio blu rappresenta l’unità della comunità mondiale di fronte alla pandemia del diabete.
Con 62 milioni di persone affette in Europa di cui più di 4 milioni in Italia, il diabete è la quarta causa di morte. Sono 80mila le morti solo nel nostro Paese, pari a 9 decessi ogni ora. Inoltre, dal 2000 ad oggi i casi sono raddoppiati, e si stima che ci sia almeno un milione di persone con diabete non diagnosticato.
La GMD (WDD) è stata istituita nel 1991 dalla International Diabetes Federation (IDF) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in risposta all’aumento delle diagnosi di questa malattia: obiettivo è quello di educare alla prevenzione del diabete e una buona gestione di esso, così come le malattie ad esso correlate e la qualità della vita che può essere raggiunta solo con una buona gestione terapeutica.
“Diabete e benessere” è il tema scelto per il World Diabetes Day 2024. Più info sul sito ufficiale: World Diabetes Day.